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Evomarketing

Il funnel che porta clienti, spiegato semplice

Giuseppe Puglieseaggiornato il 18 agosto 2026lettura: 5 minuti

«Funnel» è una di quelle parole che fanno sembrare complicata una cosa semplice: il percorso che una persona fa da «non ti conosco» a «ecco i miei soldi». E poi, se il lavoro è fatto bene, a «torno».

Il motivo per cui vale la pena capirlo non è teorico: quasi tutti i marketing che «non funzionano» sono funnel interrotti: c’è un pezzo che lavora e un pezzo che manca, e la gente cade nel buco.

Le quattro tappe, e chi ci lavora

La tappa Cosa succede Chi ci lavora
Scoperta la persona ti vede per la prima volta reel, contenuti, campagne di copertura
Considerazione ti confronta, si informa, matura profilo, sito, recensioni, le risposte
Azione compie il gesto: prenota, chiede, compra landing o pagina dedicata, percorso corto
Ritorno torna, e porta altri liste, remarketing, i dati che hai già

La maggior parte delle aziende presidia una tappa sola (di solito la scoperta) e si chiede perché il fatturato non si muove. La risposta è nel percorso: l’attenzione senza un dopo è intrattenimento gratuito.

Il primo passaggio: decidere l’azione che conta

Prima di costruire qualsiasi cosa, una domanda: qual è il gesto che vale soldi? La prenotazione, la richiesta di preventivo, la chiamata, l’ordine.

Sembra ovvio e non lo è: se l’azione che conta non è definita, si finisce a misurare quello che capita (visualizzazioni, follower, clic) e a chiamarlo risultato. I numeri da guardare discendono tutti da questa scelta.

Organico e campagne: due motori, un percorso

Nel funnel i due non sono alternative, e nemmeno doppioni: l’organico costruisce la fiducia, le campagne muovono le persone tra le tappe. La campagna porta la persona giusta davanti al contenuto giusto; il contenuto la fa restare; il retargeting la riprende quando è matura; la pagina la accompagna al gesto.

Chi usa solo l’organico aspetta anni; chi usa solo le campagne paga ogni singolo passaggio a prezzo pieno, senza mai costruire niente.

L’atterraggio: dove i funnel muoiono

La tappa dell’azione è la più fragile, e il motivo è sempre lo stesso: la pagina non mantiene la promessa dell’annuncio, o chiede troppo, o è lenta. Il clic è metà del viaggio: l’atterraggio è l’altra metà.

E dopo il modulo c’è l’ultimo tratto, quello che nessuno conta: la risposta. Un contatto richiamato in fretta e bene converte; uno richiamato dopo tre giorni è già del concorrente. Il funnel finisce al telefono, non al clic.

Concetto di casa

Il funnel non si costruisce tutto insieme: si costruisce dal fondo. Prima si sistema l’atterraggio e la risposta (l’azione), poi si scalda chi già ti guarda (la considerazione), e solo alla fine si spinge sulla scoperta. Farlo al contrario (comprare visibilità verso un percorso rotto) è l’errore più costoso del marketing digitale: paghi per portare gente in un negozio senza cassa.

I tempi, onestamente

Un funnel non «funziona» in una settimana: le prime due o tre settimane servono ai sistemi per imparare e a te per leggere i dati; dal secondo mese si decide sui numeri. E ogni tappa ha il suo indicatore: giudicare la scoperta col fatturato del giorno dopo è il modo classico di spegnere la cosa giusta.

Se il tuo marketing produce attenzione che non diventa richieste, il funnel ha un buco: si trova facendo il percorso come farebbe un cliente, tappa per tappa. Facciamolo insieme: mai un preventivo senza analisi.