«Il sito è vecchio, rifacciamolo.»
È la frase con cui iniziano moltissimi progetti, e anche il motivo per cui molti finiscono male: «vecchio» non è una diagnosi. È un’impressione estetica, e da sola porta a rifare la stessa cosa con un aspetto diverso.
Poi passano sei mesi, le richieste sono le stesse di prima, e la conclusione è che «i siti non servono».
Vediamo quali sono i segnali che valgono davvero.
I sei segnali che dicono «sì, va rifatto»
1. Dal telefono è faticoso. Non «si vede»: è faticoso, bisogna ingrandire, i tasti sono piccoli, i moduli si compilano male. Oggi la maggioranza arriva da lì.
2. È lento. Prova dal cellulare fuori dal wifi. Se ci vogliono più di due o tre secondi prima di vedere qualcosa, stai perdendo gente prima ancora di parlarle.
3. Non è tuo. Per cambiare un prezzo o una foto devi scrivere a qualcuno e aspettare. Peggio ancora: non sai chi ha gli accessi, o il dominio è intestato a un fornitore di dieci anni fa. Questo non è un problema estetico, è un problema di proprietà.
4. Dice cose che non fai più. Servizi che non offri, prezzi vecchi, persone che non ci sono più. Un sito che mente, anche per distrazione, fa più danno di uno brutto.
5. Non porta richieste da anni, pur avendo visite. Qui il problema è di progetto, non di grafica: ne abbiamo scritto.
6. Non regge il confronto con te. Fuori sembri un quattro stelle e dentro sembri un residence. La distanza tra come ti presenti sui social e come sei sul sito è visibile, e costa.
Se ne riconosci due, ha senso parlarne. Se ne riconosci uno solo e non è il terzo, spesso si risolve senza rifare tutto.
Quando NON rifarlo
Perché la risposta onesta a volte è no.
Se il problema è il traffico. Un sito che nessuno visita non migliora rifacendolo: migliora facendosi trovare. Prima si lavora su ricerche e presenza, poi si guarda la pagina.
Se non hai i contenuti. Un sito nuovo con foto vecchie e testi riciclati è un sito nuovo con lo stesso problema. In quel caso conviene invertire l’ordine: prima si gira il materiale, poi si costruisce la casa che lo ospita.
Se lo stai rifacendo per stanchezza. Chi guarda il proprio sito ogni giorno si annoia molto prima dei suoi clienti: che invece lo vedono la prima volta.
Se nessuno risponde ai contatti. È il caso più frustrante: si rifà il sito, arrivano più richieste, e restano lì.
Rifare non vuol dire buttare. In un rifacimento la prima cosa che guardiamo è cosa sta già funzionando: quali indirizzi portano visite, quali pagine si posizionano, quali ricerche ti trovano oggi. Quelli si mantengono, e gli indirizzi vecchi si reindirizzano uno per uno verso i nuovi. Il posizionamento costruito negli anni non si perde: è la cosa più costosa che hai, e vederla azzerata al lancio è l’errore più caro che si possa fare in una migrazione.
| «Sì, va rifatto» | «No, prima sistema altro» |
|---|---|
| dal telefono è faticoso | il problema è il traffico: prima farsi trovare |
| è lento fuori dal wifi | mancano i contenuti: prima si gira il materiale |
| non è tuo: accessi e dominio altrui | lo rifai per stanchezza: i clienti lo vedono per la prima volta |
| dice cose che non fai più | nessuno risponde ai contatti che già arrivano |
L’errore che si vede al secondo mese
C’è un momento preciso in cui si capisce che una migrazione è stata fatta male: il traffico crolla poche settimane dopo il lancio.
Quasi sempre la causa è la stessa: gli indirizzi sono cambiati e nessuno ha detto ai motori dove sono finiti i contenuti. Le vecchie pagine restituiscono errore, il posizionamento accumulato in anni si azzera, e ci vogliono mesi per recuperarlo: quando si recupera.
È un lavoro noioso e invisibile, che si fa prima di andare online e che nessun cliente vede. Ed è esattamente per questo che tanti fornitori lo saltano.
Le tre domande da fare prima di firmare
«Cosa succede agli indirizzi vecchi?» Se la risposta è vaga, hai trovato il problema.
«Chi scrive i testi?» Se la risposta è «li mandi tu», sappi che finirai a scriverli a progetto quasi finito, di fretta, e sarà la parte peggiore del sito nuovo. Da noi li scriviamo dopo aver intervistato il cliente: perché sono la parte che decide se una pagina si posiziona e se convince.
«Di chi è il sito alla fine?» Codice, accessi e contenuti devono essere tuoi e ti devono essere consegnati. Se un domani cambi fornitore, porti via tutto: meglio un cliente libero che torna di uno incastrato che scappa.
E il dominio, e la posta?
Domanda che spaventa più del dovuto: dominio e caselle restano tuoi, il sito nuovo si aggancia a quello che hai già. Se qualcosa va spostato lo fa chi costruisce, e la posta non deve fermarsi nemmeno per un giorno.
Se qualcuno ti dice che devi cambiare dominio, chiedi perché tre volte prima di accettare.
Se vuoi capire se il tuo va rifatto o solo sistemato, guardiamolo insieme. Capita spesso che la risposta onesta sia la seconda. Mai un preventivo senza analisi.
