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Evomarketing

L'intelligenza artificiale nel marketing: dove aiuta e dove fa danni

Giuseppe Puglieseaggiornato il 15 agosto 2026lettura: 7 minuti

Partiamo dal problema numero uno, che non è quello di cui si parla.

Non è che l’intelligenza artificiale sbagli i conti o inventi le fonti: quello si scopre subito. Il problema è più sottile e quasi nessuno lo conosce:

l’intelligenza artificiale ti dà ragione.

Tende ad approvare, a gratificare chi le parla. Un’idea bislacca, o addirittura un disastro commerciale annunciato, viene celebrata come una grandissima idea. E chi la usa non se ne accorge, perché la risposta arriva argomentata, ordinata, convincente.

È lo stesso meccanismo per cui è pericoloso chiedere consigli medici o legali a un assistente: non ti contraddice, e tu esci dalla conversazione più sicuro di prima, su una decisione sbagliata.

Cosa cambia se dietro c’è un professionista

L’intelligenza artificiale ha bisogno di due cose che da sola non ha: dati e contesto. E ha bisogno di una terza che non avrà mai: qualcuno che la metta in discussione.

Noi la usiamo, e la usiamo parecchio: a livello di sistema, non di app sul telefono. Abbiamo costruito un sistema operativo interno basato sull’intelligenza artificiale più potente disponibile, addestrato per mesi sui nostri dati, i nostri princìpi e il nostro modo di lavorare.

Ma c’è una regola che non si tocca: da noi l’intelligenza artificiale non è mai un decisore.

Le deleghiamo quello che non richiede pensiero umano. Ogni proposta che produce viene messa in discussione da una persona, sempre. È l’unico modo perché sia un aiuto vero invece di un moltiplicatore di errori.

Concetto di casa

Alla macchina si delega la forma, mai la sostanza. Non c’è niente di male a farsi aiutare a scrivere meglio una frase o a sistemare un testo. C’è tutto di male nel farsi dare l’idea: la sostanza deve essere unica, e per essere unica non può venire da un modello addestrato su quello che hanno già fatto gli altri. È il confine che teniamo in ogni lavoro, e vale anche per questo sito.

Cento brand tutti uguali

Prova a immaginare cosa succede se tutte le aziende si affidano alla stessa fonte.

I modelli sono addestrati su quello che fanno gli altri. Chiedere loro l’identità di un brand significa ricevere una media di tutte le identità esistenti, e il risultato è che avremmo cento brand tutti uguali.

Si vede benissimo nella scrittura. Oggi un testo generato si riconosce a occhio: la struttura, il ritmo, certe formule che tornano. Non è sbagliato usare l’intelligenza artificiale per scrivere. È sbagliato usarla per decidere cosa dire, perché quello che ti restituisce è per costruzione qualcosa che assomiglia a tutto il resto.

E il marketing serve esattamente a fare il contrario: a distinguerti.

Le immagini: dove il confine è più netto

La qualità delle immagini generate è arrivata a un livello impressionante, e in certi casi distinguerle da una foto vera è quasi impossibile.

Ma per un’azienda mostrare la propria immagine reale è la cosa più importante che ci sia.

Un’immagine generata può servire in contesti precisi: un messaggio spiritoso, una cosa concettuale, un’illustrazione che non pretende di essere realtà. Non può sostituire la fotografia vera, e non per una questione tecnica.

La differenza è questa: un fotografo professionista non cattura solo un’immagine corretta. Sa raccontare una storia attraverso quell’immagine: sceglie il momento, la luce, cosa lasciare fuori. È un lavoro di sguardo, non di resa. Ne abbiamo scritto parlando di foto per ristorante, dove la differenza si misura in prenotazioni.

I cloni e gli avatar: la posizione più netta che abbiamo

C’è un filone di consigli che gira parecchio: clona la tua voce e la tua faccia, genera cento contenuti all’anno, smetti di girare.

Siamo contrari, e la ragione sta in una frase sola:

L’attenzione si può comprare. La fiducia va costruita.

Un clone può attirare lo sguardo, e in questo può anche funzionare. Ma la fiducia nasce solo da una persona reale, con i suoi pensieri, la sua voce, la sua faccia. Senza quella, si possono fare visualizzazioni: non si vende.

Vale per gli acquisti che contano. Se parliamo di un impulso da cinque o dieci euro il discorso cambia; ma nessuno affida una casa, una clinica, una barca o una settimana di vacanza a un volto che non esiste.

C’è anche una questione di regole: la normativa europea impone di dichiarare quando un contenuto è stato creato con l’intelligenza artificiale. Per fortuna.

E il mestiere? Non sparisce, cambia

La domanda che ci fanno più spesso: l’AI eliminerà il social media manager?

No. Ma il ruolo si è già evoluto, e chi non se ne accorge resta indietro.

Il vecchio social media manager che pubblicava non serve più. Per quello ci sono strumenti, anche automatici.

Non andrà mai in pensione chi sa parlare col cliente, capirlo, leggere il mercato, e usare l’intelligenza artificiale come un assistente invece che come un sostituto. Anzi: chi la usa bene ha più tempo per pensare alla strategia, perché le delega le analisi e le ricerche che prima mangiavano giornate.

Dove serve davvero

Per essere concreti, ecco dove la usiamo senza esitazione:

  • ricerche massive, quelle che a mano richiederebbero giorni;
  • analisi di dati e materiali, per arrivare prima al punto;
  • automazioni di compiti ripetitivi: riordinare file, gestire risposte che non richiedono pensiero, tenere in ordine il lavoro;
  • la forma dei testi, dentro un’identità già decisa da noi.

E dove non la usiamo mai: per decidere la strategia, per inventare l’identità di un brand, per sostituire una persona davanti alla telecamera, per produrre numeri che nessuno ha verificato.

Dove la usiamo senza esitazione Dove non entra mai
ricerche massive, che a mano richiederebbero giorni decidere la strategia
analisi di dati e materiali inventare l’identità di un brand
automazioni di compiti ripetitivi sostituire una persona davanti alla telecamera
la forma dei testi, dentro un’identità già decisa produrre numeri che nessuno ha verificato

La cosa che vediamo fare più spesso, ed è la peggiore

Gente che apre l’assistente e scrive: «dammi un’idea».

Le idee devono nascere da noi. L’intelligenza artificiale può aiutare a svilupparle, a metterle alla prova, a portarle a forma, ma se il punto di partenza è suo, il punto di arrivo assomiglierà a quello di chiunque altro le abbia chiesto la stessa cosa.

Delegare il pensiero è la scorciatoia più costosa che esista, perché non si vede subito. Si vede fra un anno, quando ti accorgi di essere diventato uguale a tutti.

Se vuoi capire dove l’intelligenza artificiale può farti risparmiare tempo davvero (e dove ti costerebbe il posizionamento), parliamone. Mai un preventivo senza analisi.

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